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Germano Celant | Il lascito del padre dell’arte povera

“Un procedere totalizzante, derivato dagli insegnamenti ricevuti dai miei primi “mentori”, Eugenio Battisti e Gillo Dorfles, che mi hanno indicato la strada di prospettiva barocca: quella di cogliere un mondo illusorio dove le arti sono “mutanti” per costruire un unicum complesso e insuperabile. Alle loro indicazioni sul considerare il campo dell’arte come luogo di infiniti attraversamenti tra linguaggi si deve il mio tenue contributo” | Germano Celant1

È notizia di qualche settimana fa la morte per Covid-19 di uno dei più grandi storici dell’arte italiana e padre del movimento conosciuto a livello internazionale come Arte Povera. Sembra essere stato trattato come un numero tra tanti, l’ennesima vittima di questa pandemia che sta mettendo in ginocchio tutto il mondo. Ma Germano Celant è stato molto altro per il mondo dell’arte: ha inaugurato la nascita di una nuova figura di critico organizzatore. Con lui si interrompe l’idea secondo cui il curatore deve scrivere solo una descrizione dell’opera di un’artista: ora, invece, lavora per  creare un sodalizio stretto che gli permette di interfacciarsi con gallerie e musei e offrire all’artista un appoggio per crescere. Il curatore, secondo Celant, deve mettersi al servizio degli artisti.

La sua carriera comincia all’università di Genova con la conoscenza di Eugenio Battisti, critico e storico dell’arte, ideatore del Museo Sperimentale e direttore della rivista Marcatré. Nel 1968 Battisti emigrerà in America cedendo entrambi i progetti a Germano, confermando ancora una volta la sua importanza nel mondo artistico.

Solo un anno prima, nel 1967, aveva coniato il termine “Arte povera”, «un’espressione così ampia da non significare nulla. Non definisce un linguaggio pittorico, ma un’attitudine. La possibilità di usare tutto quello che hai in natura e nel mondo animale. Non c’è una definizione iconografica dell’arte povera». Il termine è stato coniato in occasione della mostra alla galleria La Bertesca di Genova, a cui erano presenti Alighieri Boetti, Luciano Fabro, Jannis Kounellis, Giulio Paolini, Pino Pascali ed Emilio Prini, a cui poi seguirà anche il testo Arte Povera. Note per una guerriglia,  fondamentale per iscrivere il movimento italiano all’interno del panorama artistico internazionale.


germano celant

Ph. Credits: AFP

 

La scelta di creare questa “etichetta” è nata anche in seguito ai suoi viaggi in America, in cui ha potuto toccare con mano la strategia del branding americano, notando come sia importante agire come gruppo per dare maggiore peso ed efficacia alla propria arte.

A partire dal 1977 il sodalizio con l’America diventa più forte grazie al rapporto stretto con il museo Guggenheim di New York, per il quale poi diventerà Senior Curator. Negli anni ’80 cura una serie di mostre nei più importanti musei del mondo iniziando così a creare un ponte tra arte italiana e ambiente statunitense, che si consoliderà con la mostra The Italian Metamorphosis 1943-1968 del 1994, in cui abitudini, costumi e linguaggi artistici italiani e cultura americana si trovano a dialogare.

Dal 1995 diventa anche direttore artistico della Fondazione Prada di Milano, firmando grandi mostre come l’antologia di Gianni Piacentino e la retrospettiva di Jannis Kounellis, e nel 2015 viene promosso a soprintendente artistico e scientifico. Dal 2004 diventa anche curatore della Fondazione Vedova a Venezia, per la quale creerà un’antologica nel Palazzo Reale di Milano.


 

Nel 2013 riceve The Agnes Gund Curatorial Award per la mostra When attitudes become from alla Ca’ Corner della Regina di Venezia. La mostra è una ripresa dell’omonima esibizione allestita nel 1969 alla Kunsthalle di Berna firmata da Harold Szeemann, in cui gli artisti italiani vengono affiancati a quelli internazionali.

Ha avuto anche il merito di aver creato un’unione tra arte e moda attraverso due grandi mostre: nel 1996 con la mostra Arte e moda per la prima edizione della Biennale di Firenze e nel 2000 con una retrospettiva su Giorgio Armani al Guggenheim. Con queste due esibizioni ha dimostrato da un lato come un museo possa essere un luogo attivo e in continuo cambiamento, con il preciso scopo di coinvolgere e sedurre lo spettatore per farlo tornare altre volte, e dall’altro come due mondi apparentemente lontani come arte e moda possano trovare un punto d’accordo fatto di eccentricità, esclusività e ricerca formale. Questa concezione nasconde l’influenza del curatore svizzero Harold Szeemann, per la sua attitudine trasversale alla pluralità dei linguaggi artistici. Secondo  Szeemann infatti l’arte non ha confini linguistici e territoriali e si fa con tutto, e Celant ha preso a piene mani questa idea e l’ha fatta sua.

Chi conosce bene Germano Celant sa che aveva sempre tra le mani un block notes pieno di appunti, in cui annotava idee su future mostre o pubblicazioni da sviluppare in un secondo momento. Oltre 50 pubblicazioni tra cataloghi, scritti teorici e approfondimenti monografici su singoli artisti, tra cui l’antologia dedicata a Piero Manzoni, Mimmo Rotella e Carla Accardi, e riviste di rilievo come Art Forum, L’espresso e Interni (oltre 100 pubblicazioni) portano la sua firma. All’interno di ciascuno di questi si nascondono gli insegnamenti di un’altra figura importante per Celant: Carla Lonzi, collaboratrice stabile della rivista Marcatré. La Lonzi, infatti, cercava di capire le opere attraverso fitte discussioni con gli artisti contemporanei, col preciso scopo di trovare le parole adatte per spiegare la loro poetica e il lavoro lavoro. Celant assorbe questi insegnamenti e li fa propri nei suoi scritti, assegnando un ruolo chiave agli artisti e a quello che hanno da dire.

 

1 Germano Celant, Artmix. Flussi tra arte, architettura, cinema, design, moda, musica e televisione, Feltrinelli, 2008

Immagine di copertina: Ugo Dalla Porta / Fondazione Prada


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